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PRIMA LETTERA AI CORINZI
(9)

 

L’interesse di Paolo per la questione delle carni sacrificate agli idoli non è ancora esaurito. Evidentemente l’ambiente in cui viveva la piccola comunità cristiana nella grande città di Corinto creava frequenti occasioni per i cristiani di trovarsi in situazioni imbarazzanti perché legate a qualche forma di culto alle divinità pagane. Teoricamente il problema di mangiare delle carni offerte agli idoli, Paolo lo ha risolto in poche battute fin dall’inizio del cap. 8; ma l’argomento si prestava a interessanti sviluppi e riflessioni per la vita concreta del cristiano. E così anche tutto il cap. 10, che ora leggiamo, è occupato dalla catechesi sviluppata partendo da questo problema.

1) “Tutte queste cose accaddero a loro come esempi per noi ” (10,1-13)

Dopo avere accennato alla sua condotta di apostolo sempre attento a non porre ostacoli alla diffusione del vangelo - come ha esposto nel cap. 9 - ora Paolo invita i fedeli di Corinto a ricordare ciò che avvenne all’antico Israele al tempo della liberazione dall’Egitto. E noi ci domandiamo: come mai un simile invito? Cosa c’entra l’antico Israele con la situazione dei cristiani di fronte al problema se sia lecito mangiare carni provenienti da sacrifici offerti agli idoli e a divinità pagane? Dicevamo che Paolo ha risolto in linea di principio questo problema nelle poche parole che leggiamo in 8,4, e ripeterà in sostanza questa idea in 10,19. Egli però, come apostolo e pastore delle sue comunità, ha presente la loro situazione concreta. E ora guarda il problema sotto altri aspetti. I suoi corinzi, soprattutto i cosiddetti “forti”, che avevano appreso bene la lezione sulla nullità degli dèi pagani, si permettevano con molta disinvoltura la partecipazione ai cosiddetti banchetti sacri e Paolo qui avverte il pericolo. La disinvoltura e la consuetudine con queste pratiche, occasionate dalle varie circostanze della vita familiare e sociale, riportava molti cristiani al frequente contatto col mondo pagano e con pratiche idolatriche già abbandonate e rinnegate al tempo della conversione a Cristo. Ora Paolo intende mettere in guardia i forti, che si sentivano sicuri da ogni pericolo e che non

sentivano alcun bisogno di precauzioni. Paolo non dimentica che finché siamo in questa vita siamo in cammino e il pericolo è sempre in agguato. Nonostante tutte le grazie e i benefìci di cui il cristiano gode (la parola di Gesù, la preghiera, il sostegno della comunità, i sacramenti ), la vita di prima tenta di riprendere il sopravvento, perché appare più facile, gratificante, socievole, vissuta nel comune buon senso... La vita cristiana imponeva certamente limitazioni e sacrifici e appariva un po’ strana rispetto alla vita “normale” dei comuni cittadini. Da questa osservazione sulla situazione concreta parte il richiamo di Paolo alla esperienza degli antichi ebrei al tempo dell’esodo dall’Egitto, sotto la guida di Mosè. Paolo condensa in poche frasi gli interventi di Dio per salvare il suo popolo quando esso rischiava di scomparire sotto l’oppressione egiziana. Certamente nei 18 mesi in cui si era fermato a Corinto, egli aveva catechizzato i suoi figli - anzi ora li chiama “fratelli” - sull’Antico Testamento, sulla storia del popolo di Dio, poiché entra in discorso senza preamboli, parlando come a persone che conoscono fatti e personaggi a cui si riferisce. Egli dice dunque che “i nostri padri tutti furono sotto la nube, e tutti attraversarono il Mar Rosso, e tutti seguendo Mosè furono battezzati in lui nella nube e nel mare, e tutti mangiarono dello stesso cibo spirituale, e tutti bevettero la stessa bevanda spirituale. Bevevano infatti a una pietra spirituale che li seguiva e quella pietra era il Cristo”. Il linguaggio di Paolo si riferisce agli eventi passati in modo originale perché è guidato dalla esperienza cristiana e anche le leggende giudaiche sono lette con occhio cristiano.
Così Paolo dice che gli ebrei furono “battezzati in Mosè”, dove la parola “battezzati” richiama il battesimo cristiano nel senso di aggregazione e appartenenza: gli ebrei sono stati aggregati e affidati a Mosè che li ha salvati attraverso le acque del mar Rosso, a somiglianza del cristiano che viene salvato attraverso l’acqua del battesimo e aggregato a Cristo. Paolo ricorda la nube che accompagnava gli ebrei nel loro cammino nel deserto; essa era segno visibile ed eloquente per loro della presenza di Dio che li aveva liberati e continuava ad accompagnarli e quindi a difenderli e a provvedere a loro. “Mangiare il cibo spirituale e bere la bevanda spirituale” richiama molto facilmente a un cristiano il cibo e la bevanda eucaristica, anche per la sottolineatura: tutti lo “stesso” cibo, tutti la “stessa” bevanda. Sull’episodio dell’acqua per dissetare gli ebrei, scaturita dalla roccia quando Mosè l’aveva percossa col suo bastone su ordine di Dio, è fiorita molti secoli dopo presso gli ebrei la leggenda che quella pietra da cui era scaturita l’acqua, si staccò dalla montagna di cui faceva parte e seguì il popolo ebreo, rotolando nel deserto e continuando a fornirgli l’acqua necessaria per sopravvivere in un ambiente avaro di acqua. Paolo commenta subito in senso cristiano anche questa leggenda: “quella pietra era Cristo”, intendendo con queste parole affermare che Cristo era già presente nella storia del popolo ebreo. Già nei libri sapienziali si parlava della sapienza di Dio che, come fosse una persona, accompagnava e dirigeva gli eventi del tempo dell’esodo (cfr. Sap 10,17-19). Paolo ha affermato, proprio in questa lettera che «Gesù è diventato per noi, da parte di Dio, Sapienza, giustizia, santificazione e redenzione» (1 Cor 1,30). Ecco che la identificazione è venuta spontanea per Paolo che afferma, anche così, la divinità di Gesù Cristo poiché afferma la sua preesistenza rispetto al tempo della sua incarnazione tra noi.
Ma la rievocazione dei benefici di Dio al suo popolo è in funzione di un’altra rievocazione, opposta, quella cioè delle infedeltà del popolo a Dio, che viene introdotta dalle parole: «Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio; difatti li fece perire nel deserto». Paolo trae la conclusione da ciò che è capitato agli ebrei nel deserto: «Tutte queste cose accaddero come esempi per noi ». Seguono altre brevi espressioni che definiscono le infedeltà a Dio da cui il cristiano deve stare in guardia “affinché non desideriamo cose cattive come quelli... e non diventiate idolatri, come alcuni di loro... e non ci abbandoniamo all’impudicizia, come fecero alcuni di loro... né tentiamo il Signore, come lo tentarono alcuni di loro né mormoriate come alcuni di essi mormorarono”. Anche questa serie di richiami alla storia degli ebrei al tempo dell’esodo è conclusa da un’espressione simile a quella che concludeva (v. 6) l’elenco dei benefìci di Dio al suo popolo: «Tutte queste cose accaddero a loro in figura e sono state scritte per ammonimento nostro, di noi per i quali è giunta la fine dei tempi». Paolo sta dando le prime lezioni ai suoi cristiani, e ai cristiani di ogni tempo, sul modo di leggere la Bibbia, che allora significava quello che per noi ora è l’Antico Testamento. In esso la storia, i personaggi, i fatti e tante pagine dei profeti, hanno valore di esempio, di profezia, di modello e anticipazione, di ciò che sarebbe avvenuto nel Nuovo Testamento: cioè di quanto riguarda la persona di Gesù, il suo vangelo, la redenzione, la nuova alleanza, il nuovo popolo di Dio raccolto attorno a Gesù Cristo. In questo modo Dio mostra di essere il padrone della storia, soprattutto quella della nostra salvezza.
Certo, l’Antico Testamento non ha solo il valore di profezia e annuncio di Cristo e del Cristianesimo, anzi prima di questo valore ha quello di testimone dell’amore di Dio per il popolo ebraico al quale ha affidato la sua parola, la sua legge, la sua sapienza perché tutti i popoli attingano da questo suo tesoro un modo di vivere degno di creature fatte a immagine di Dio. Gesù è venuto a estendere i benefici fatti al popolo ebraico a tutti i popoli, tutti creature di Dio, destinati a diventare figli di quel Dio che Gesù ha rivelato come Padre di tutti. Al v. 11, dove si dice che «per noi è giunta la fine dei tempi», Paolo non intendeva annunciare che la fine del mondo fosse prossima già al suo tempo. Egli ha presente la persona e l’opera di Gesù, specialmente la sua risurrezione, che dà compimento al progetto di Dio per la nostra salvezza. Con Gesù risorto è cominciata la situazione definitiva cui è destinata la nostra umanità che Gesù ha fatto propria con l’incarnazione. Dopo di lui non vi sono altri eventi importanti che debbano compiersi per la nostra salvezza; quella in cui viviamo è l’ultima epoca nella quale vi è solo da donare, da distribuire la verità e la grazia di Cristo a tutti gli uomini di ogni tempo. Quanto sia lunga questa epoca solo Dio lo sa! In questo tempo l’uomo potrà fare ancora scoperte strabilianti, cambiare il modo di vivere ma per ciò che riguarda il suo rapporto con Dio e il senso della sua vita non vi sarà più nulla da aggiungere a quanto Cristo ci ha detto e ci ha donato. Paolo conclude il brano riportando l’attenzione sui “forti” di Corinto, avvertendo che chi sta in piedi, cioè chi si sente sicuro di sé, stia attento a non cadere.
Ricordando gli ebrei caduti nel deserto per avere ceduto alle tentazioni, il pensiero va appunto a coloro che partecipavano disinvoltamente ai banchetti sacri in onore di divinità pagane. Ma anche se si facesse sentire la tentazione, di tornare indietro, Dio non abbandona ma dà la grazia di superare questa come ogni altra tentazione che cerchi di separare il cristiano dalla salvezza; una grazia però che egli deve accogliere.

2) Poiché non vi è che un pane solo, noi pur essendo molti formiamo un sol corpo: tutti infatti partecipiamo del medesimo pane.
(10,14-22).

Paolo continua la sua catechesi, portando altre ragioni per distogliere in ogni modo i fedeli di Corinto dal partecipare a banchetti sacri, pur mantenendo fermo il principio enunciato in 8,4 e qui ricordato al v. 19. Ora si richiama all’eucaristia, o “cena del Signore”, di cui parlerà più avanti (11,17-34), e lo fa per la somiglianza - e nello stesso tempo per la contraddizione - tra il sedersi a una mensa dove si onoravano false divinità e mettersi a mensa facendo memoria di Gesù Cristo che dona il pane che è suo corpo e il calice che contiene il suo sangue. Questa partecipazione comune al corpo di Cristo fa dei cristiani un solo corpo con Cristo. Paolo parlerà più distesamente del “corpo di Cristo” soprattutto nei cc. 12-14. Se qui vi accenna senza tanto spiegarsi, doveva averne certo parlato nelle sue catechesi sull’eucaristia e sulla chiesa. Se questo unico pane e unico calice ci unisce talmente a Cristo da renderci sue membra, come è possibile compiere questi gesti (mangiare e bere) in banchetti sacri in cui si venerano altre divinità, anche se sono un nulla (vv. 19-20)? E qui Paolo richiama l’attenzione sulla vera realtà che si nasconde dietro il culto agli idoli e agli dèi pagani. Essi non sono niente, ma di questi dèi si servono i demòni per sviare gli uomini dal dare ascolto non solo all’annuncio del vangelo e di Cristo, ma anche alla loro coscienza umana che potrebbe arrivare dalle cose create al pensiero del Creatore, come Paolo spiegherà nella lettera ai Romani 1,18-23. Paolo ricorda che anche nella liturgia ebraica si offrono sacrifici a Dio e chi li compie entra in comunione con Dio. Non si possono compiere questi gesti liturgici in maniera e con animo del tutto profano, come pretendevano i cristiani “forti” di Corinto. Se è vero che oggettivamente, in se stessi, gli idoli sono nulla e che la carne sacrificata è come tutte le altre carni, soggettivamente, chi vi partecipa celebra un culto falso che di fatto, anche se non voluto, si rivolge ai demoni. E non si può appartenere a Cristo e ai demoni. Cristo è geloso, dice Paolo, dei suoi fedeli e non intende certo abbandonarli alla perdizione, dopo che lo hanno accolto in sé e nella propria vita come il salvatore, il figlio di Dio. Quindi, anche indipendentemente dallo scandalo che si può dare ai fratelli, un cristiano non può e non deve partecipare a banchetti sacri in onore di divinità per nessuna ragione. Paolo sa di parlare a persone intelligenti (v. 15) che lo capiranno.

3) Siate miei imitatori come io lo sono di Cristo (10,23-33; 11,1)

In questo brano conclusivo del c. 10 Paolo richiama cose che ha già detto. Inizia con un “botta e risposta” come in 6,12. Si deve tener presente che in queste battute egli riporta opinioni di un ipotetico contestatore cui egli risponde; perciò il “tutto è lecito, o permesso” va inteso nel senso del problema di cui si sta trattando. Qui è chiaro che si tratta dei cibi, come appare da tutta la trattazione iniziata col c. 8. Paolo ricorda che al mercato si può comprare tutto quello che è in vendita senza alcun problema. Se si è invitati a pranzo o a cena in casa di privati - cosa molto diversa dai banchetti sacri che si tenevano nell’area dei templi - ugualmente si mangi ciò che viene servito senza scrupoli. Se però qualcuno avverte espressamente che il tal piatto contiene carne sacrificata, il cristiano fa bene a tenerne conto per non dare scandalo e mostrare la coerenza della propria condotta con la propria fede. Il principio dell’agire cristiano rimane sempre quello della carità che inizia dal pensare e preoccuparsi del prossimo per non mettere in pericolo la sua fede, ma aiutarlo a confermarla. Nessuno quindi viva solo pensando al proprio vantaggio! E’ il principio ricordato al v. 24 e ripetuto più distesamente ai vv. 32-33 dove Paolo afferma che esso regge tutta la sua condotta.
E così può concludere invitando i suoi corinzi a guardare al suo esempio, perché la sua condotta ha sempre dinanzi agli occhi Cristo, che è il modello per tutti, apostoli e semplici fedeli. A metà del v. 29, però, sembra che l’ipotetico interlocutore obietti a Paolo: “Perché la mia coscienza deve essere giudicata dalla coscienza di un altro?” E l’obiezione continua nel v. 30. Paolo non sembra dare risposta diretta a queste domande, però aggiunge subito al v. 31 che il cristiano deve fare tutto per la gloria di Dio, cioè in modo che tutto porti a Dio, anche accettando di limitare la propria libertà di agire, perché questo aiuterà i fratelli ancora deboli e scrupolosi a stabilizzare la loro fede. Così egli si comporta sempre e invita i fratelli a imitarlo. Paolo sente di doversi proporre come modello ai suoi convertiti; non si tratta certo di espressioni vanitose! L’apostolo deve mostrare con la propria vita la certezza della fede in cui crede. Da chi, se non da lui e dal suo modo di vivere, dovrebbero imparare i suoi figli a vivere da cristiani, da seguaci di Cristo?

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) La vita “normale” di tante persone che conosco mi fa sembrare strana a volte la mia scelta? Suscita qualche nostalgia? E avverto questo come una suggestione tentatrice, che può rendere opaca e svogliata la mia donazione, anche se non arriva alla tentazione di cambiar vita?

2) Riesco a trovare almeno ogni tanto il tempo per fare memoria di tutti i benefìci che il Signore mi ha fatto, non solo in generale ma a me in particolare, per poter celebrare la mia eucaristia, vivendo con questa intenzione qualche giornata?

3) Sento il bisogno di fare memoria, ma senza angoscia dinanzi a Gesù misericordioso, anche delle mie tiepidezze, infedeltà e mancanza di fiducia nel Signore nei tempi di difficoltà esteriori e anche interiori?

D. Antonio Girlanda ssp

 

 

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